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Henri Cartier-Bresson. Immagini e Parole

Caserta, dal 1 Novembre 2012 al 14 Gennaio 2013 – Gli scatti di Cartier-Bresson alla Reggia di Caserta.

reggia

Inaugura presso gli Appartamenti Storici della Reggia di Caserta, la mostra “Henri Cartier-Bresson. Immagini e Parole“, dopo il grande successo di pubblico e critica ottenuto a Roma.

Quarantaquattro fotografie in bianco e nero, accompagnate dal commento, tra gli altri, di Aulenti, Balthus, Baricco, Cioran, Gombrich, Jarmusch, Kundera, Miller, Scianna, Sciascia, Steinberg e Varda. Una selezione di istantanee basate su un progetto nato qualche anno fa, quando un gruppo di amici ha pensato di festeggiare il compleanno di Henri Cartier-Bresson chiedendo a intellettuali, scrittori, critici, fotografi o anche semplicemente grandi amici del maestro, di scegliere e commentare ognuno la sua immagine preferita tra le tante scattate da Cartier-Bresson.

La mostra offre una panoramica sintetica ma esaustiva dell’opera di Henri Cartier-Bresson, del suo sguardo attento e originale sul mondo, i protagonisti, gli avvenimenti principali ma anche per i piccoli e apparentemente insignificanti “attimi decisivi”.

Provincia in Festa

Provincia di Palermo, dal 2 settembre al 31 dicembre 2012- Cento giorni all’insegna di storia, cultura, spettacolo e tradizioni.

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Provincia in Festa celebra ogni anno la Provincia di Palermo con un programma di eventi artistico-culturali che si svolgono nel capoluogo e nei comuni della provincia.
La manifestazione, giunta alla sua XV edizione con un calendario sempre più ricco, ha ottenuto negli anni sempre maggiore consenso e apprezzamento.

Nel corso di questa edizione, che si svolgerà fino al 31 dicembre, tra gli eventi più attesi vi sono: “Riserve in Festa“, un’escursione tra le riserve naturali dell’isola di Ustica, di Ciminna e di Cefalà Diana, “Comuni in Festa“, con cortei storici e giornate dedicate al folklore e alle tradizioni, “Provincia in mostra” con le mostre d’arte ospitate dagli spazi espositivi della Provincia Regionale di Palermo.
Storia e ambiente saranno i temi portanti del circuito dei Castelli (otto antichi manieri e loro leggende, da Carini a Castelbuono, da Marineo a Caccamo), per cento giorni all’insegna di cultura, spettacolo, promozione dell’enogastronomia della provincia, valorizzazione dei siti storici.

La ‘Ndocciata di Agnone

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Agnone (IS), dall’8 al 24 dicembre 2012 – Nel borgo molisano rivive il rito legato ad antiche credenze

Agnone, il borgo dell’Alto Molise, in provincia di Isernia, si prepara a riaccendere la’Ndocciata, suggestivo rito natalizio del fuoco.
La manifestazione, che è stata riconosciuta nel 2011 Patrimonio d’Italia per la tradizione dal Ministero del Turismo, richiama ogni anno l’attenzione non solo dei molisani ma di migliaia di turisti provenienti da tutte le regioni.
La tradizione della ‘Ndocciata, risalente probabilmente all’anno Mille, risiede nell’antica festa della luce di origine pagana che si è trasformata in festa della luce del Natale cristiano.”‘Ndoccia“è il termine dialettale molisano che sta per “grande torcia”. Si tratta di torce alte oltre tre metri, ricavate dall’abete bianco e assemblate con ginestre secche, fino ad assumere una forma a ventaglio. Nella ritualità pagana sono un elemento tipico del legame al solstizio d’inverno. Per la credenza popolare il crepitio delle ‘ndocce serviva ad allontanare le streghe.

L’appuntamento ad Agnone è come ogni anno l’8 dicembre, dalle 18, mentre in forma minore la ‘Ndocciata si ripete anche la sera della vigilia di Natale. Ai primi rintocchi della campana di Sant’Antonio, inizia il corteo di figuranti che animano scene di vita contadina. Solo dopo arrivano le ‘ndocce, prima quelle più piccole portate dai bambini, poi quelle grandi sulle spalle dei portatori e infine i maestosi “ventagli” infuocati. La cerimonia finale si tiene in Piazza del Plebiscito, dove i residui delle ‘ndocce finiscono di ardere in un gigantesco falò detto della “fratellanza”.
Venerdi 7 dicembre verrà inoltre presentato, presso il Teatro Italo Argentino, il francobollo da collezione sulla ‘Ndocciata, nell’area tematica “Il folclore italiano”, emesso dallo Stato Italiano e dal Ministero dello Sviluppo Economico in tre milioni di pezzi .

Wine Food Festival. Emilia Romagna, dal 1 novembre al 9 dicembre 2012.

cicciolo

Un viaggio di gusto in Emilia Romagna, alla scoperta dei piaceri della regione.

E’ in corso la quarta edizione del Wine Food Festival, rassegna dell’enogastronomia tipica dell’Emilia Romagna che offre tantissimi appuntamenti tra sagre, mostre mercato, fiere e degustazioni dedicati ai migliori prodotti DOP e IGP alle eccellenze enologiche della regione, dal Prosciutto di Parma al Sangiovese, dalla Mortadella Bologna agli Aceti Balsamici Tradizionali di Modena e Reggio, passando per Piadina Romagnola, pesce azzurro, Coppa Piacentina, Fungo Porcino della Val di Taro IGP, Sale di Cervia, Lambrusco, Formaggi di Fossa di Sogliano e Talamello e tanto altro.

I singoli eventi permetteranno di scoprire, nello spazio di un indimenticabile fine settimana, i luoghi, le tradizioni, la gente e i rituali che si celano dietro all’inconfondibile sapore dei prodotti tipici emiliano-romagnoli e dei piatti più gustosi ed inimitabili di questa regione, grazie anche ai numerosi pacchetti turistici proposti dalla Regione Emilia Romagna.
Il Wine Food Festival 2012 si concluderà domenica 9 dicembre con il “Cicciolo d’Oro” di Campagnola, nel reggiano, tradizionale gara tra norcini che rende omaggio ad una lunga tradizione locale.

Toscana, Cinquale. Ritratto di artista super/reale di Michele Chiossi

cinquale

La Versilia, fin da piccolo, ha rappresentato per me il luogo del mare e del sole. Della spensierata estate. Le foto che ho da bambino al mare, attraverso la qualità del colore, rivelano gli anni in cui sono state scattate. Sono gli anni ’70. Addolciti e soft, sembrano essere solarizzati. Come se la nitidezza chiassosa dei colori, fosse domata dal riverbero del sole. Quasi un flou o un casuale soft focus. Ho ricercato foto di quegli anni che possedessero lo stesso effetto evocativo delle Versiliesi, ma a nessun meridiano o parallelo, nonostante il medesimo decennio, si palesava quella rarefatta, e quasi materica resa della luce che gli scatti in Versilia possiedono.

Sono cresciuto e la curiosità e l’amore per l’arte contemporanea, mi hanno portato verso altre coste: l’East Coast USA. New York è stata la mia casa per otto formativi anni. Anche là, la vicinanza del mare creava effetti di luce abbaglianti, Ma non erano gli stessi. Più freddi, influenzati dai venti del Canada, avevano un’essenza eterea.

In seguito ho capito il mistero. La mia arte me lo ha rivelato. È infatti quella speciale e fortunata combinazione geografica e geologica di vicinanze tra il mare e le portentose Alpi Apuane. Maestose e brillanti racchiudono il prezioso e cristallino marmo. Materia nobile che riesce, con gelida generosità, a restituire la luce, trasformandola e virandone l’intensità, fin quasi ad abbagliarti.

Sono tornato in Italia, attratto dalla lapidea materia e da una mirabile donna, ora mia moglie, dove l’estate trascorriamo felici, mesi di ricarica, nell’amata Cinquale. Località a me sconosciuta, nonostante le scorribande giovanili by night tra Viareggio e Forte dei Marmi, dove inizia la scoperta e appropriazione del territorio.

Il Cinquale sornione e pacato, sembra essere estraneo ai chiassosi riti estivi della Versilia. Ne è parte ma non partecipa fino in fondo. Le sue piccole strade prive di urbanizzazione, da percorrere rigorosamente in bici, verso il Michele Chiossi con una sua scultura mare, sono ombrose e profumate di pini, pitosfori e tamerici, e alternano luce abbagliante a amare scie dell’Elicriso, che tenace, si fa vita tra le dune marine. Ma il meglio lo rivela a Settembre. Completamente abbandonato dai vacanzieri stagionali, ritrova la sua vera essenza. E’ allora che riesce a regalare istanti di silenzio e prospettive bucoliche, già rivelate nel Novecento da pionieri intellettuali e artisti, come Carrà, Morandi, Soffici, Savinio, Longhi. Il caldo umido lascia spazio al Maestrale che secco, regala cieli sospesi e metafisici. E la luce cristallina per effetto solare e geologico, rifrange e hollywoodianamente restituisce, frames da collezione. Un consiglio? Andate sul Ponte delle Cateratte in un giorno terso, e verso l’imbrunire, il tramonto colorerà le Apuane riflesse nel canale Cinquale, di un particolare tono di rosa, che, per qualità cromatica, potrebbe ricordare le solarizzate foto anni ‘70, mentre i tronchi dei pini si infiammano di rosso. E la Letteratura e l’Arte per un attimo, in uno still, saranno super/reali.

La linea d’ombra di Leonessa di Fabrizio Falconi

Winter in Leonessa, Italy.

Per raggiungere Leonessa, gioiello medievale incastonato in un vasto altopiano tra i contrafforti dei monti dell’Appennino, tra Umbria, Lazio e Abruzzo, bisogna seguire tortuosi saliscendi di una strada di montagna, attraversando i fitti boschi della valle santa percorsa a piedi da San Francesco ottocento anni fa, fino al pianoro fertile contro cui si staglia il campanile di San Pietro, avamposto del paese fondato da Carlo I d’Angiò nel 1278. Ci sono posti che puoi riconoscere soltanto dall’odore, quello di questi luoghi è di neve e freddo e di coltri di lana polverose d’inverno; di fieno e more e d’aria carica di letame nei sentieri tra i campi, d’estate.

La luce è sempre diagonale, sbuca dal cono dei monti, illumina il ripiano delle case, s’infrange al tramonto dietro la linea d’ombra, prima che la sera porti il soffio brillante delle stelle. Qui hanno vissuto, inanellando i cerchi compiuti della vita e della morte, molte delle generazioni che hanno preceduto – e permesso – la mia nascita, ferocemente attaccate alla generosità e alla scontrosità della terra: da questa dipendevano le sorti, a questa si tornava sempre, per quanto lontano si potesse andare. Ogni volta si sale il declivio delCorso che taglia in due l’abitato di vecchie case cinquecentesche; ogni volta si sale il sentiero verso la Torredalla quale sembra di poter comprendere tutto quel che necessita all’occhio; ogni volta si torna a parlare con il follefraticello – San Giuseppe da Leonessa – che in tempi furibondi osò indossare non solo la povertà assoluta ma anche le vesti di ambasciatore presso il Sultano Murad III a Costantinopoli, il quale lo ripagò col supplizio del gancio; ogni volta si torna a perdere piacevolmente le ore sulla Piazza – davanti al Bar degli Archi – intitolata ai martiri del 7 aprile del 1944.

Per un puro caso, mio padre sfuggì alla retata delle truppe naziste che avevano occupato il paese. L’ordine era quello di portar via i maschi. E mio padre, che dormiva nella sua stanza in penombra, di spalle, aveva i capelli raccolti dalla retina che allora si usava per tenere in ordine i capelli dopo averli lavati. I soldati entrarono, videro quella che sembrava una ragazza addormentata, e se ne andarono. Fu una fortuna, certo. E se ne parlò a lungo nei caffè del paese, nelle pause del lavoro nei campi, quando il grano matura, dopo che la paura fu passata. Quel che di bello c’è, tra le pietre e le resistenti nevi di quei luoghi è anche la capacità di conservare le storie, tenerle a mente, tramandarle. Così nelle sere d’estate, quando io ero bambino, mia nonna amava spiegare quello scherzo del caso come un aiuto, una ferma protezione giunta dall’alto o forse solo dall’anima del villaggio che non aveva voluto abbandonare uno dei suoi figli più giovani. Chissà dove è finita quella retina, chissà dove è custodita la voce di mio padre, che a volte mi pare di ascoltare ancora, nel silenzio e nella calura d’agosto dei vicoli.

Posillipo. Un teatro affacciato sul mare di Osvaldo Guerrieri

Un teatro affacciato sul mare

posillipo

C’è una bellezza che spaventa. E’ quella di Posillipo, o forse converrà dire di Pausylipon, per andare più facilmente all’origine del sentimento che questa porzione di Napoli trasmette al visitatore. Pausylipon ha un significato affettuoso. Vuol dire “sollievo dal dolore”. Forse è stato così, una volta. Forse è ancora così, per qualcuno. Pausilypon ti rapisce con l’aspetto selvaggio di una terra nata da chissà quale tormento. Non per caso, poco più in là, verso Cuma, il suolo ribolle di zolfo e spalanca la bocca dell’Averno che fu violata dal passo prudente di Enea. A Pausylipon non c’è traccia d’inferno. Anzi la natura sembra esplodere con tutte le sue energie. Ogni cosa qui sembra eccessiva. Il mare è di un blu senza eguali e non dà tregua alla costa porosa, trafitta, scavata, che proprio nel mare sembra trovare la propria ragione in un rapporto di violenza che stordisce.

Andare a Pausylipon significa entrare in uno scenario che non potremmo immaginare più fascinoso. Napoli da una parte e la penisola sorrentina dall’altra. E poi Capri, simile a una testa di donna adagiata sul mare. E il Vesuvio. Che altro può desiderare una pupilla? Ma Pausylipon è soprattutto altro. E’ la Villa degli Spiriti; è la Grotta di Seiano, che infilandosi per quasi ottocento metri dentro la collina, punta dritta verso il porto di Cuma; è il parco sommerso di Gaiola, che consente di ammirare i resti di porti, ninfei e peschiere spinti sott’acqua da un bradisismo. Pausylipon è soprattutto la villa di Pollione, la villa della crudeltà.

All’apparenza nulla sembra più civile, più elevato. I resti ci parlano di una dimora sontuosa, costruita per dar pace al corpo e allo spirito. Il suo proprietario ha voluto persino corredarla di un teatro affacciato sul mare. Apparenza. Questo complesso che ci pare tanto ammirevole, era in realtà un luogo d’inferno.

L’uomo che lo costruì – Polione – era un liberto potentissimo e ricchissimo. Oltre che per il lusso e le orge, aveva una sfrenata passione per i piraña, che allevò nella pescheria della villa. La predilezione per questi pesci carnivori non era gratuita. Quanti servi incauti, quanti ospiti molesti fece spolpare Polione da questi pesci dai denti di ferro? Una sera mostrò il suo macabro spettacolo nientemeno che ad Augusto. L’imperatore inorridì, ma non esitò a prendere possesso della villa quando Polione gliela lasciò in eredità.

Ecco che cos’è Pausylipon, la città che avrebbe dovuto dar sollievo al dolore. Ecco lo spavento di sottile grana metafisica che soltanto la bellezza sa trasmettere quando è al suo vertice. Ma lo spavento si può anche amare.