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Autori del Grand Tour: Dall’autunno del Classicismo alla Rivoluzione francese

Gli orizzonti del libertino
Molto prima che si diffondesse in Europa la moda del Grand Tour, alcuni uomini, animati da sete di conoscenza e spirito di avventura, realizzarono viaggi che non esiteremo a classificare come precursori e “annunziatori” dei tempi nuovi. A questa esplosione del vecchio modo di concepire la vita contribuì non poco il libero pensiero, categoria della mente che già si legge molto bene in Montaigne.
Per il libertino, il mondo è un libro immenso a portata di mano, che si rivela nelle sue vere forme e postula la sostituzione totale dei valori correnti. Per il libertino, la gente che ragiona ancora secondo i vecchi schemi è fatta di “ingenui” ai quali è ormai venuto il tempo di “aprire gli occhi” Ecco perché il libertino, non quello settecentesco ma il libero pensatore che lo ha preceduto, viaggia e non può fare a meno di viaggiare: deve conoscere il mondo nei suoi aspetti più singolari e segreti, deve costruirsi con la nuova conoscenza le sue esclusive categorie interiori, deve conquistare la libertà attraverso l’esplorazione dell’esistente che è la sola realtà “solida” che egli possa riconoscere.
A questo stato di cose molto contribuisce il cambiamento dei gusti in atto, la trasformazione della visione rinascimentale e statica del reale in fluida e mobile curiosità barocca. «È del poeta il fin la meraviglia», diceva Marino, e in tali parole ritraeva tutta l’esigenza di novità che pervadeva il suo tempo, tutta la voglia di avventura, tutto il fascino dei nuovi liberi orizzonti: gli orizzonti, appunto, del libertino
Le tentazioni dell’enciclopedismo
Il fervore della scoperta, le nuove meraviglie che viaggi, esplorazioni, letture mettono a disposizione, arricchiscono quotidianamente il bagaglio di conoscenze sempre più esteso dell’uomo del Settecento. L’intellettuale non può accontentarsi di registrarle nella sua mente, sente il bisogno di comprenderle, di catalogarle, di metterle in ordine in una visione coerente dell’esistere. Nasce allora l’esigenza di racchiudere in un unico scrigno immenso, in bell’ordine, la somma delle conoscenze e di non fermarsi lì, di continuare indefinitamente a ricercare e comprendere tutti gli aspetti dell’universo. Anche nel viaggio questo atteggiamento crea una ventata di esplorazioni e di scritture che sono caratteristiche del pieno Settecento e si traducono in narrazioni-fiume, espresse in quantità di tomi sempre maggiori. Questi viaggi “enciclopedici” sono veramente la traduzione in termini odeporici dello sforzo intellettuale che si esprime nell’Encyclopédie. Gli autori, come i collaboratori di Diderot e d’Alembert, vogliono dire una parola definitiva su tutti gli elementi del sapere umano. Nel caso specifico, questi resoconti di viaggio non possono permettersi di ignorare nulla, né tralasciare di visitare la pur minima realtà o mancare di informare sul più insignificante evento. In molti casi, di fronte a quest’impresa impossibile, gli autori finiscono per confessare quanto non è stato frutto di reali esperienze di viaggio ma solo di conoscenza libresca invocata per tamponare una situazione insostenibile. Questi testi diventeranno le guide solide delle successive stagioni odeporiche.
La verifica dei Lumi
Con il procedere del pensiero illuministico, nei giornali di viaggio del Settecento si fa strada sempre più insistentemente la propaganda filosofica e delle idee dei Lumi, venata di un accentuato anticlericalismo e antipapismo, che troverà terreno fertile soprattutto nella seconda metà del secolo.
La lettura dei giornali di viaggio celebri di Misson e Burnet, in primo luogo, e anche del modesto Deseine, sarà utile a questi nuovi viaggiatori per sostenere le loro posizioni. Dall’inizio del secolo fino agli albori della Rivoluzione francese del 1789, nella varietà delle testimonianze si sviluppa in modo sensibile la riflessione illuministica, che diventa spesso la ragione principale del viaggio: verificare quanto le nuove teorie abbiano influenzato o possano influenzare la vita degli stati. Se si considera il loro proliferare in un secolo in cui si fanno sempre più pressanti la “curiosità” del viaggio e una specie di nuovo “engagement” per la riforma di un modello politico, economico, religioso e sociale – quello dell’Ancien Régime, che appare obsoleto, ingiusto, inefficiente e poco conforme ai Lumi della ragione trionfante – si può facilmente concludere che in tutto il Settecento, ma particolarmente negli ultimi decenni del secolo, il “viaggio della Ragione” è stato un modulo molto seguito e molto importante per la trasmissione delle idee.

Goethe: Viaggio in Italia

È a partire dalla fine del Seicento che si comincia a parlare di grand tour. Si trattava di una sorta di viaggio di studio che i giovani aristocratici del nord Europa effettuavano per completare la loro formazione culturale. Partivano, spesso accompagnati da un precettore, per visitare le città e i monumenti e per ammirare le opere artistiche fino ad allora studiate sui libri.
Le destinazioni del viaggio erano di solito la Francia, l’Olanda, i paesi tedeschi e l’Italia. Solo i più intrepidi, e raramente, si spingevano fino in Grecia.

Napoli

Ma anche l’Italia viene scoperta poco a poco. I primi viaggiatori si fermavano nelle città del nord: Verona, Venezia, Ferrara. Le difficoltà, il pericolo e la lunghezza degli spostamenti sconsigliavano la visita delle regioni più meridionali. Un secolo più tardi, il resoconto di qualche intrepido che si era spinto fino a Napoli o in Sicilia, e le scoperte archeologiche, aprirono la strada ad altri viaggiatori che cominciarono a frequentare le regioni del sud Italia. Si ricercavano i siti nei quali si potesse ancora aver la sensazione di ritrovare la civiltà del passato nel suo ambiente naturale.
Anche Goethe, nel 1786, parte per l’Italia. Aveva già 36 anni ed era un personaggio conosciuto e riverito, non solo nel suo paese ma in tutta Europa. Dal 1775 viveva alla corte di Carlo Augusto, duca di Weimar.
Più che una partenza, il 3 settembre, la sua sembra una fuga. Dopo aver fatto tappa a Karlsbad in Boemia, mette si dirige nerso sud, passa il Brennero, arriva a Trento per poi proseguire sempre verso sud.
È un viaggio singolare, senza un programma preciso. Goethe si ferma a Verona e Vicenza, poi a Padova e a Venezia. Va a Bologna, attraversa rapidamente la Toscana (non resta a Firenze che 3 ore), visita Assisi e si ferma a Roma per poi continuare verso Napoli.

Lo spirito con cui affronta l’impresa rispecchia i suoi interessi culturali. Snobba i monumenti e l’arte troppo intrisa, secondo lui, di dottrina cattolica. Disdegna il barocco ma anche il gotico e cerca le opere del mondo classico, romano e, più a sud, greco. Così ad Assisi, non entra nemmeno nella basilica di San Francesco e nel suo resoconto non accenna neppure agli affreschi di Giotto. Si attarda invece lungamente davanti al tempio di Minerva, descrivendone la struttura e il sito e provando ad immaginare l’ambiente originario del luogo.
Goethe è un camminatore. Lascia che il vetturino prosegua da Santa Maria degli Angeli verso Foligno e Terni, egli percorre a piedi la salita verso le pendici del Subiaco e la città francescana, poi va, sempre a piedi fino a Foligno. Visita Spoleto (l’acquedotto romano in primo luogo) prima di arrivare a Roma.
Dice di essere in Italia per imparare, sulle orme dei suoi celebri predecessori:
Roma è un mondo e ci vogliono anni per accorgersene. Trovo felici i viaggiatori che vedono e passano! Questa mattina mi sono venute in mente le lettere che Wilckelmann scriveva dall’Italia. Con quale emozione ne ho intrapresa la lettura! Sono trentuno anni che, in questa stessa stagione, egli arrivò qui, povero, matto più di me. Anch’egli nutriva il serio ardore tedesco per gli studi solidi sull’antichità e dell’arte. Come superò le difficoltà bravamente e bene! Quanto è grande per me in tale luogo la memoria di un tale uomo!
La sua concezione del viaggio anticipa quelle dei moderni adepti di questa occupazione:
Bisogna, per così dire, nascere di nuovo, e si deve guardare alle proprie antiche idee come alle proprie scarpe da bambino.
E in effetti a poco a poco il suo atteggiamento cambia. Sembra perdere un po’ di quell’altezzosità che, da intellettuale riverito e ammirato, portava con se. Comincia ad interessarsi alle persone che incontra. E anche all’ambiente naturale. Sale tre volte sul Vesuvio che sembra incuriosirlo più di Pompei. Il soggiorno si prolunga. Nel porto di Napoli vede partire la nave per la Sicilia e decide, dopo qualche esitazione, di proseguire per quell’isola. Aveva previsto un tour di qualche mese. Resterà in Italia quasi due anni.
La collezione numismatica del principe Torremuzza a Palermo lo entusiasma: Oggi la Sicilia e la Magna Grecia mi fanno sperare una nuova e più libera vita. Su questo soggetto mi abbandono a delle riflessioni generali ed è una prova che sono ancora poco esperto su di esso; ma, a poco a poco, imparerò anche questo come il resto.
Perché per Goethe il viaggio di formazione si è trasformato, poco a poco, in viaggio di rinascita. Pensa di aver ritrovato lo spirito degli antichi, fino allora imitati ma adesso riportati in vita. Così, di ritorno a Napoli dalla Sicilia, scrive al suo amico Herder:
Per ciò che riguarda Omero, sembra che una benda sia caduta dai miei occhi. Le descrizioni, i paragoni, ci sembrano poetici e, nondimeno, sono più naturali che non si dica, ma trattati con una sincerità, un candore che spaventano. Anche le favole più strane hanno una naturalezza che non ho mai sentita così come in vicinanza delle cose descritte. Permettimi di descrivere in poche parole il mio pensiero: gli antichi rappresentavano l’esistenza e noi, abitualmente, l’effetto. Essi descrivono l’orribile, noi descriviamo orribilmente. Essi il piacevole, noi piacevolmente ecc. Da ciò viene tutto il manierato, lo sforzato, la falsa grazia, l’ampollosità affettata. Poiché si cerca l’effetto e si lavora sull’effetto, non si crede mai di poterlo rendere abbastanza sensibile. Se questo che dico non è nuovo, per lo meno una nuova occasione me l’ha fatto vivamente sentire. Ed ora rive e promontori, golfi e baie, isole e lingue di terra, rocce e coste sabbiose, colline boscose, soavi prati, campi fertili, giardini adorni, alberi coltivati, vigne pendenti, monti avvolti nelle nuvole e pianure sempre ridenti, rupi e scogli, mare che tutto circonda con mille cambiamenti, tutto questo è presente nel mio spirito, e, per me ora l’Odissea è una parola vivente.

Il Grand Tour

Il Grand Tour era un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo e destinato a perfezionare il loro sapere con partenza e arrivo in una medesima città. Questo viaggio poteva durare da pochi mesi fino a svariati anni. Le destinazioni principali erano Francia, Italia e Grecia.
Durante il Tour, i giovani imparavano a conoscere la politica, la cultura, l’arte e le antichità dei paesi europei. Passavano il loro tempo facendo giri turistici, studiando e facendo acquisti.

percorsi

L’Italia con la sua eredità della Roma antica, con i suoi monumenti, divenne uno dei posti più popolari da visitare. Oltre alla conoscenza del mondo antico, gli inglesi vennero così a contatto con le opere di Palladio e con il Neoclassicismo[senza fonte].
Durante il viaggio i giovani potevano acquistare, secondo le loro possibilità e i mezzi, numerose opere d’arte e d’antiquariato e visitare le rovine di Roma, ma anche di Pompei ed Ercolano che erano state riscoperte recentemente. Allo stesso tempo, anche gli studenti di arte da tutte le parti di Europa venivano in Italia a imparare dagli antichi modelli.
Una tappa importante del viaggio era, durante un soggiorno prolungato a Roma, la realizzazione d’un ritratto da parte di uno dei pittori più in vista al momento oppure il solo acquisto di vedute del paesaggio italiano. Tra i pittori che avevano questa clientela, Pompeo Batoni, Canaletto, e Piranesi. I numerosi pittori stranieri che vivevano a Roma, tra cui gli allievi dell’Accademia di Francia a Roma, beneficiavano economicamente di questa pratica, sia con la vendita delle loro opere che offrendo i loro servizi come guide.
L’espressione Grand Tour, sembra aver fatto la sua comparsa sulla guida An Italian Voyage di Richard Lassels, edita nel 1698. Il successo del libro di Thomas Coryat Coryat’s Crudities è spesso considerato come l’inizio della mania per Grand Tour.
goetheAl Grand Tour, specie verso l’Italia, non erano estranei i giovani degli altri paesi europei, come la Germania e la Francia. Anche Johann Wolfgang von Goethe effettuò il suo Grand Tour in Italia dal 1786 al 1788 di cui scrisse nel suo famoso diario di viaggio Viaggio in Italia.

La pratica del Grand Tour divenne meno frequente durante le guerre della Rivoluzione francese e l’Impero, ma riprese con la Restaurazione, senza tuttavia conoscere la popolarità del secolo precedente.

Il Grand Tour fu occasione per la pubblicazione di numerosi libri guida: uno dei primi fu An Account of Some of the Statues, Bas-Reliefs, Drawings, and Pictures in Italy (1722), scritto dai pittori inglesi Jonathan Richardson il Vecchio (1665-1745) e suo figlio Jonathan Richardson il Giovane (1694-1771).

Nel XVIII secolo la durata media del viaggio in Italia era di circa un anno; di un anno e mezzo o due quella del Grand Tour: Quest’ultimo si andò infatti abbreviando col passare dei secoli: dai tre anni del 1600, a poco a poco si arriva ai sei – otto mesi del 1800. Il periodo raccomandato per varcare le Alpi era la fine del l’estate (quasi sempre settembre), e alle soste nelle grandi città si dedicavano per lo più i mesi invernali: l’autunno a Firenze; l’inverno vero e proprio a Roma (dove era assolutamente sconsigliato fermarsi in estate, per paura della “mala aria”) e a Napoli; la primavera dell’anno successivo a Venezia e in altre città del nord Italia. Il soggiorno romano era quasi sempre il più lungo: le feste religiose costituivano una forte attrattiva anche e, forse, soprattutto per i viaggiatori protestanti, che sempre meno rischiavano di incorrere nei rigori dell’inquisizione. Anzi, all’inizio del Settecento i controlli si erano fatti molto meno severi ed era venuto meno quel clima di ostilità nei loro confronti che aveva caratterizzato il secolo precedente.

I parchi culturali e della memoria letteraria come prodotto turistico

I “Parchi culturali e della memoria letteraria” simboleggiano un aspetto dell’identità territoriale, quello della narrazione che essa ispira e che ne viene fatta, e materializzano l’intreccio tra realtà e racconto, tra concretezza ed evocazione, tra prestazione ed emozione. Un intreccio, questo, che nel turismo rappresenta la ragion d’essere di un territorio e di un prodotto, che non è mai solo “prestazione” di servizi ospitali, ma anche e sempre più creazione di emozioni e di esperienze memorabili.

I “Parchi culturali” sono uno spazio mentale prima ancora che fisico, con conseguenti implicazioni in termini di capacità evocativa e impatto comunicativo. Rappresentano una “Marca” molto ben precisa ed identificabile, e si presentano come ricchi dei “valori” di quella marca, valori che costituiscono l’essenza del rapporto tra offerta e domanda.
La creazione e l’attività di questi “Parchi”, in termini di mercato, consente infatti di concretizzare in fattori di attrazione (pull factors) quelli che sono già potenziali fattori di spinta (push factors) presso i viaggiatori potenzali, e che sono rappresentati dalla loro conoscenza letteraria, e dalla curiosità ed attrazione per i luoghi dell’ispirazione e della “location” delle opere. I fruitori di opere letterarie possono quindi trovare in una proposta turistica specializzata e mirata il prolungamento logico della loro esperienza di lettura. Possono quindi, se lo ritengono, diventare fruitori anche del territorio “letto”, attraverso una strategia che il marketing definisce come “cross selling”.

I “Parchi culturali” sono uno spazio mentale prima ancora che fisico, con conseguenti implicazioni in termini di capacità evocativa e impatto comunicativo. Rappresentano una “Marca” molto ben precisa ed identificabile, e si presentano come ricchi dei “valori” di quella marca, valori che costituiscono l’essenza del rapporto tra offerta e domanda.

I “Parchi”, che nascono già molto forti quanto a “valori”, sono quindi se possibile ancora più forti quanto a “marca”: tramite l’esperienza letteraria del pubblico, infatti, si ritrovano dotati di un patrimonio di notorietà (awareness) e di positiva attitudine (goodwill) la cui costruzione “artificiale”, qualora possibile, costerebbe investimenti di tutto rilievo, e comporterebbe tempi non brevi.
Il Parco rappresenta per i tecnici del turismo un prodotto (o meglio una gamma di prodotti), perché il desiderio di cultura (cultura intesa in senso lato, come insieme dei modi di vita che si rappresentano ed estrinsecano in un territorio) può costituire il “gancio”, e cioè la motivazione principale di un viaggio; o, comunque, può arricchire di senso e di emozione il viaggio intrapreso per altri motivi.
Il Parco è molto di più di un singolo prodotto turistico, è il “luogo” adatto a fare da palcoscenico e da vetrina ad una serie di eventi e di prodotti (anche legati ad altre motivazioni di viaggio, altri turismi) integrabili e rafforzabili con il prodotto culturale.
E’ una Marca in grado di evocare valori positivi, in quanto ha il potere di generare un transfert semantico trasmettendo gli attributi dell’opera letteraria a ciò che del marchio si fregia; solo per citarne alcuni: qualità delle proposte ospitali, rilevanza sociale, emozioni condivise.
Questo potere catartico rappresenta un plus spendibile sul mercato, un contrasto alla perdita di identità, un vantaggio competitivo utilizzabile anche nella comunicazione sia del territorio che dei suoi prodotti.

La domanda attuale e potenziale: il turismo culturale
Il patrimonio artistico e culturale da sempre rappresenta una delle principali motivazioni di viaggio, ed in particolare è il motivo principale di scelta del nostro Paese per i turisti provenienti dall’estero.
La presenza di attrattori rari quando non unici può rappresentare un motivo di vacanza, a fronte di una capacità organizzativa che renda la visita una esperienza memorabile, per nicchie di mercato molto specializzate.
All’interno del grande contenitore logico identificato con la “cultura” è possibile individuare tante motivazioni per altrettante, diverse, vacanze. Infatti la nostra epoca (definita anche come Post-Moderno) è dominata dal passaggio dalla “cultura” intesa come unità monolitica del sapere, alle “culture” espressione di valori diversi e compresenti.
Inoltre anche la domanda di turismo culturale “tradizionale” non è omogenea, ma varia a seconda dell’intensità della motivazione “cultura”. E varia soprattutto all’espandersi della articolazione della “cultura” stessa, che coinvolge sempre di più anche sfere non tradizionali né convenzionali: dai metodi produttivi alla gastronomia, dalla rappresentazione musicale al paesaggio, e così via. Investendo quindi tutte le sfere del vissuto di un territorio e della sua gente, e travalicando le sole arti figurative, che spesso ne vengono considerate il “cuore nobile”.

Le categorie del turismo culturale
Non è facile proporre una classificazione esaustiva delle categorie in cui può essere ricompreso il “turista culturale”, ma l’analisi del gradiente di specializzazione può risultare utile almeno a chiarirci le idee.
Al massimo, troviamo i turisti culturali “altamente motivati”, il cui motivo principale del viaggio è vedere proprio quel monumento, vistare proprio quel museo, partecipare proprio a quell’evento. Si tratta di una specializzazione che sfiora la ricerca scientifica, ed infatti spesso questo turisti si confondono con gli studiosi, o sono essi stessi almeno in parte studiosi.
Vi è quindi una categoria in qualche modo più mixata, di turisti “in parte motivati” dalla cultura, per cui visitare una città d’arte o un sito archeologico è anche l’occasione per fare una gita, rivedere amici e parenti, fare shopping. Siamo in un ibrido concettuale, tanto diffuso quanto è vero che le offerte culturali sono nei fatti mixate nella forma del nostro territorio e della nostra città.
Ma ci sono anche, e non sono certo pochi, quei turisti per i quali la cultura è una “motivazione aggiuntiva”: non è l’obiettivo del viaggio, ma una opportunità in più. Spesso, addirittura, una comoda e gratificante alternativa alla motivazione principale (ad esempio la spiaggia o la pista da sci) nel momento in cui si intende romperne la monotonia, o per affrontare avverse condizioni meteorologiche. In questi casi la cultura genera un “retrogusto” piacevole e memorabile in una vacanza nata con altre finalità, e fa scoprire risvolti inaspettati dei luoghi.
Infine, non c’è dubbio vi siano anche turisti “culturali casuali”, per i quali la visita non è pianificata ma accidentale. Un piacevole accidente, un “fuori programma” destinato a lasciare il segno forse anche più del programma stesso.
In ogni caso, pensando alle ricadute positive sul territorio, il valore economico massimo si genera quando un turista dorme nel luogo che visita, non si genera quando un turista vi trascorre poche ore o una sola giornata. E anzi in questi casi capita spesso che i “costi sociali” della visita siano nettamente maggiori dei ricavi, come nel caso del cosiddetto “turismo mordi e fuggi”.
Per generare un interscambio positivo, e non solo economico, il turista deve pernottare, e perché lo faccia è necessario costruire intorno alla proposta culturale un vero e proprio prodotto. Il prodotto non è la mercificazione del bene o dell’evento culturale, ma è ciò che il turista compra: l’insieme dei beni e dei servizi di cui fruisce in un luogo.
Questo è il tema del perché si debba costruire, intorno agli attrattori culturali, non solo una linea dei costi per la loro manutenzione e gestione, ma anche una linea dei ricavi, ricordando sempre che è il turista a decidere che cosa è il prodotto, qual è il prodotto.
Il prodotto è una combinazione straordinaria e irripetibile di prestazioni ed emozioni, e se il turista da questa esperienza non torna emozionato, non ne parlerà bene, e non tornerà più.
Il tema è quindi quello di costruire un sistema di emozioni irripetibili, un sistema di esperienze che portano un soggetto a spostarsi in un determinato luogo. Ciò avviene secondo determinate logiche, ad esempio perché questo soggetto segue delle attrazioni, nel nostro caso le attrazioni culturali.
E allora che cosa sta comprando, questo turista? Sta comprando un’identità, un’identità locale che forse è stata conservata, forse è stata ricostruita, forse è anche enfatizzata, ma certamente è fondamentale. Altrove è stata coniata l’espressione “terra con l’anima”, “luogo con l’anima”.
E infatti se non c’è un’anima nei luoghi, questi sono solo dei “non luoghi”. Il famoso etno-antropologo francese Marc Augé, che ha coniato questo neologismo folgorante, afferma che i non luoghi sono quelli dove una persona non va se non è costretta. E cita al proposito gli autogrill, gli aeroporti, i centri commerciali, le stazioni della metropolitana: luoghi tutti uguali tra di loro, che già Italo Calvino aveva ben delineato, parlando delle “città invisibili”.
I luoghi veri sono invece quelli dove c’è una identità, dove il turista/visitatore si reca e pensa di essere in un posto diverso da tutti gli altri. E la conservazione, il mantenimento di questa identità, magari letteraria, è fondamentale perché questi luoghi siano attraenti anche turisticamente.

La domanda attuale e potenziale
La domanda turistica, oltre che estremamente e sempre più differenziata, è anche alla ricerca di aspetti tipici e unici. Il turismo si dimostra abbastanza maturo per apprezzare non solo le grandi città ma anche le medie e le piccole. Non solo metropoli, ma anche Borghi.
Una tendenza che si va consolidando negli anni è quindi il progressivo orientamento della domanda, nazionale ed internazionale, verso le destinazioni “minori”.
Il movimento verso città d’arte e luoghi d’arte minori è stimolato anche da alcuni andamenti generali del mercato turistico: viaggi più frequenti e più brevi, viaggi in località anche di prossimità.
Il 56% degli Italiani fanno vacanza nella propria regione o in una regione immediatamente confinante, e per la maggioranza degli Italiani i soggiorni turistici durano meno di quattro notti. E per gli stranieri che ci sono più vicini e che conosciamo meglio, gli Europei, le cose stanno esattamente nello stesso modo.

La costruzione del prodotto
Se dal lato della domanda il prodotto turistico è una aspettativa di emozioni, dal lato dell’offerta, però, il prodotto si costruisce secondo la scienza dei tour operator: seat + site + service. E cioè un mezzo di trasporto che ci arrivi, la possibilità di pernottare e soggiornare, un sistema di attrazioni e servizi che dia senso e motivazione al luogo, e lo renda intenso, emozionante, memorabile.
Certamente bisogna che il turista possa arrivare, ma in primo luogo deve soggiornare nei luoghi di visita, magari in strutture più tipiche di un territorio, più ricche di identità territoriale, più vicine alle motivazioni del visitatore.
Per costruire un prodotto, tenendo sempre in mente che cosa intende il turista e che cosa si aspetta di trovare sul mercato, occorre però avere ben presenti i passaggi indispensabili: il concetto del prodotto, il suo racconto, il sistema di valori da condividere, il prezzo, il mix di marketing.
Il primo punto fondamentale da considerare è la “reason why”. E’ cioè, nel nostro caso, la questione relativa al livello di notorietà degli Autori delle opere da cui traggono le mosse i parchi culturali e della memoria letteraria: deve essere infatti chiara per gli amministratori/gestori di questi luoghi e di questi organismi di gestione la geografia della notorietà degli autori. Bisogna guardare i luoghi con una visione globale e non locale, altrimenti si cadrà nell’errore che ad esempio fanno nel parmense, pensando che i turisti vadano a ricercare i luoghi di Giannino Guareschi e invece sono lì per Giuseppe Verdi. Guardando i luoghi “da lì”, dal proprio ombelico, Guareschi è più importante di Verdi; guardando i luoghi con una visione globale, ovviamente i turisti arrivano da tutto il Mondo per Verdi, mentre fanno relativamente meno strada per visitare Brescello, il luogo simbolo delle storie più famose di Guareschi.
Secondo, deve esserci un romanzo, in tutti i prodotti ci deve essere una “narrazione”: nei Parchi d’autore la narrazione c’è già, anzi è proprio quella la “reason why”, mentre tutti gli altri se la devono inventare. È importante che la narrazione segua la notorietà della Marca del territorio, le vada dietro, la ricordi, la riscaldi. Se non si realizza questa narrazione non si riuscirà a far venire nessuno nei propri territori.
Quindi c’è la questione dei valori di Marca, i valori trasmessi dai territori (come la tradizione, l’autenticità, la sostenibilità, la responsabilità, la solidarietà, ecc.), sono valori persistenti, li abbiamo ancora qui o li abbiamo per qualche motivo cancellati, negati? O abbiamo voluto fare delle cose moderniste e quei valori ce li siamo persi per la strada? Siamo pronti a riproporre ambiente, paesaggio, sapori, suoni, oppure siamo diventati un “nonluogo”? Se non ci si pongono questi interrogativi, e non si è in grado di rispondere positivamente, non c’è autore letterario che abbia la forza per generare un movimento turistico. Se ci si trova ormai di fronte a un “non luogo” non si venderà nessuna emozione turistica, verrà solo chi è costretto a farlo, si fermerà al nostro autogrill solo chi ha finito la benzina.
Altra questione: il prezzo. Siamo convinti che sia tutto turismo di lusso, senza problemi di budget, quello che cerca questi elementi di identità, magari intorno ad un richiamo letterario, o che non sia una domanda più diffusa? È evidente che si tratta di una domanda più diffusa, che tendenzialmente chiede di poter viaggiare in luoghi dell’identità con un budget contenuto, perché oramai tutti i turisti, anche quelli di lusso, tendono a pagare di meno. È una tendenza che da congiunturale, e magari anche da “moda”, sta diventando strutturale, anche oltre le crisi: tutti vogliono pagare di meno. Ciò vuol dire riduzione dei margini, ma anche che si dovrà regolare l’offerta a queste nuove esigenze, ed espandere la domanda, andandola a cercare dov’è.
Solo dopo, solo a questo punto si può parlare di marketing mix, nel senso che si ragiona di marketing solo se si hanno chiare queste cose, altrimenti le azioni che fanno anche i Parchi Letterari sono delle azioni tendenzialmente generiche, a rischio di risultare indistinte ed inefficaci. A titolo esemplificativo tutti coloro che operano nel settore turistico realizzano un depliant, poi magari i depliant rimangono lì sugli scaffali, mentre invece online non si trova nessun riferimento, nessuna informazione. I prodotti più generici vendono tanti milioni di copie, ma chi è capace riesce a fare anche prodotti specifici e a venderne magari un numero minore, ma a generare elevati ricavi: è la “teoria della lunga coda”, che oramai ispira i settori produttivi più innovativi e dinamici. Ciò per sottolineare che i prodotti specifici portano più valore dei prodotti generici, per cui se oggi per una settimana al mare si tende a pagare sempre di meno, per un luogo con l’anima e con l’identità si è comunque disposti a pagare di più, anche se sempre con l’occhio al portafogli.

Gli itinerari classici del viaggio in Italia

Il Grand Tour di un inglese iniziava a Dover, dove si imbarcava su un vascello che in circa dodici ore lo portava a Calais. Dopo avere attraversato la Francia e talvolta anche la Svizzera, l’ingresso in Italia avveniva, a seconda della provenienza, in Piemonte (attraverso i passi alpini di Tenda, Monginevro, Moncenisio o Piccolo S.Bernardo) o in Lombardia (attraverso quelli del Sempione, S.Gottardo, S.Bernardino, Spluga).

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Ma l’itinerario ritenuto classico, e quindi più seguito,era quello che attraversava la Francia lungo il percorso che da Calais portava a Parigi (dove era prevista una sosta anche piuttosto lunga); da qui, attraverso la valle della Loira e lungo il corso del Rodano, si arrivava a Lione, un’altra città di sosta; dopodiché‚ si piegava ad est verso la Savoia e, passando per Chambery e Lanslebourge, si arrivava ai piedi del Moncenisio, dove si sarebbe ripetuto il rituale dello smontaggio delle carrozze, che venivano caricate a pezzi sui muli e rimontate a valle dall’altro versante. Se, invece, da Lione si continuava a dirigersi a sud della Francia, le possibilità di ingresso in Italia erano tre: il passo di Tenda; la via della Cornice; o, via mare, da Marsiglia o Nizza, verso Genova o Livorno. Quest’ultima era la più comune, anche se non la più amata.

Una volta in Italia, si poteva decidere di trascorrere un primo periodo a Venezia, oppure di attraversare piuttosto velocemente il tratto padano (Piacenza, Parma, Modena, Bologna) e puntare direttamente a sud verso Roma, meta privilegiata del viaggio. Per questo, c’erano tre strade che si potevano percorrere: quella occidentale, detta “Francesca” o “Francigena”, che per Piacenza e il passo della Cisa, portava a Lucca, Siena e Viterbo. Quella centrale, che aveva inizio a Bologna e attraversando il passo del Giogo, prima, e della Futa, poi, toccava Firenze e si riuniva, a Siena, alla Via Francesca (l’attuale Via Cassia). Quella orientale, che, partendo da Bologna, per la Via Emilia giungeva a Fano e di qui, per la Via Flaminia, a Spoleto e Terni. C’era inoltre, la possibilità che, una volta giunto a Firenze, il viaggiatore si ammettesse nella valle dell’Arno fino ad Arezzo e quindi arrivasse a Roma proseguendo per Perugia, Spoleto, Terni.

Da Roma, era prevista un’escursione a Napoli e dintorni. Ed era questa, per tutto il XVIII secolo, tranne rare eccezioni, la città più meridionale toccata dall’itinerario del Grand Tour. Nel risalire la penisola, era molto comune il percorso che, da Roma a Venezia, prevedeva la variante verso il Santuario di Loreto, attraverso il passo di Colfiorito, Tolentino, Macerata e poi proseguiva, lungo la costa adriatica, toccando Ancona, Ravenna, Bologna e infine arrivava a Venezia. Dopo la visita ad altre città venete, come Verona e Vicenza, si riprendeva la via di Milano o Torino e dei passi alpini. Il ritorno in patria avveniva o riattraversando la Francia, o risalendo la Svizzera e poi visitando città della Germania, delle Fiandre e dei Paesi Bassi.

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Alla scoperta dei Parchi Nazionali italiani

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Con oltre un milione e mezzo di ettari di aree protette, pari al 5% del territorio nazionale, i 24 Parchi Nazionali italiani si presentano come il cuore verde d’Italia.
All’interno delle aree protette la natura ed i suoi cicli vitali vengono tutelati, conservati e tramandati di generazione in generazione attraverso attività di educazione ambientale, iniziative e manifestazioni che si svolgono durante tutto il corso dell’anno.

Dalle alte cime del Gran Sasso alle verdi coste del Circeo, le aree protette rappresentano la meta ideale per gli amanti della natura, delle attività all’aria aperta e dello sport.
Visitare i parchi significa lanciarsi in un’eccezionale avventura culturale fatta di antichi borghi, torri, castelli, chiese, tradizioni, gastronomia e artigianato locale.
La straordinaria biodiversità e le caratteristiche peculiari di ciascuna area protetta consentono di vivere esperienze uniche ed indimenticabili in tutte le stagioni dell’anno.
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Fra i parchi italiani più importanti spicca il Parco Nazionale del Gran Paradiso (Valle d’Aosta – Piemonte), istituito nel 1922 e legato alla figura del suo animale simbolo: lo stambecco.
Un vero e proprio eden dove trascorrere rilassanti soggiorni in famiglia o con gli amici, coniugando attività sportiva, gastronomia tipica ed attività didattiche per grandi e bambini.L’unicità e l’incredibile valore scientifico, ambientale ed estetico di alcuni parchi è stato riconosciuto anche dall’UNESCO, come nel caso del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi (Veneto), meta irrinunciabile per gli amanti della montagna e dello sport sia in inverno che in estate. Nell’Italia centrale merita sicuramente una menzione il più antico dei parchi della montagna appenninica, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise che, grazie alla zonizzazione del territorio, riesce a coniugare conservazione e sviluppo preservando una fauna interessantissima: aquile reali, orsi bruni marsicani, lupi, stambecchi e camosci sono solo alcuni degli esemplari che è possibile osservare.Se siete amanti dei fiori e della flora in genere, migliaia di specie endemiche e rare vi attendono con i loro magnifici colori e profumi: orchidee, primule, gigli, faggi, querce, lecci, castagni, abeti rossi e bianchi, piante di ginepro e mirto, senza dimenticare le antiche Foreste Casentinesi (Emilia Romagna – Toscana) e la Foresta Umbra, ultimo esempio della primigenia e millenaria selva del promontorio del Gargano (Puglia).

Spostandosi a sud troviamo il più grande fra i parchi italiani, il Parco Nazionale del Pollino (Calabria-Basilicata) col suo immenso patrimonio floristico e la Grotta del Romito, considerato uno dei siti archeologici più antichi e importanti d’Europa in seguito al ritrovamento di resti umani risalenti ad oltre diecimila anni fa.
Ogni area protetta è dotata di ottime strutture ricettive pronte ad accogliervi con la massima professionalità e cortesia. Alberghi, B&B, affittacamere, ostelli, agriturismi, campeggi ed aree camper fungeranno da punto di partenza per scoprire i tesori custoditi nel territorio: dal sito UNESCO di Castel del Monte (Parco Nazionale dell’Alta Murgia), ai luoghi della fede come San Giovanni Rotondo (Parco Nazionale del Gargano) dall’antica città di Paestum (Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni) alle splendide spiagge de La Maddalena (Sardegna).Se amate la vita attiva e lo sport, i Parchi Nazionali mettono a vostra disposizione delle palestre a cielo aperto di inestimabile bellezza in cui praticare trekking, arrampicata, parapendio, passeggiate a cavallo e in bici, immersioni, vela, canoa e un gran numero di sport invernali, sempre nel pieno rispetto della natura e dei suoi protagonisti.